Categorie
Tecnologia

In Europa manca più di 1 milione di professionisti It

L’accelerazione impressa alla digitalizzazione dalla pandemia rende difficile il reperimento di profili indispensabili allo sviluppo digitale, tanto che in Europa sono più di 1 milione i posti di lavoro vacanti nel settore tech. Un’altra criticità è che le aziende “per mettersi in contatto con questi profili hanno bisogno di parlare la loro stessa lingua – spiega all’Adnkronos/Labitalia Nelly Bonfiglio, Cco di Codemotion – quindi la grande sfida e la grande difficoltà che oggi riscontriamo è quella di ripensare totalmente il processo di hiring e selezione dei professionisti”.

Le aziende devono essere attrattive

Insomma, non è più l’azienda che cerca il developer, ma il developer che cerca l’azienda migliore dove lavorare. Non a caso una ricerca evidenzia come per il 61% degli Hr assumere un professionista It sia diventata una sfida. Per avere successo nel reperimento di un ottimo professionista, occorre centrare tre obiettivi. “Innanzitutto occorre essere capaci di raccontare le best practices, le cose migliori tra quello che fa l’azienda. Poi bisogna sapere trasmettere la cultura e i valori aziendali – aggiunge Bonfiglio -. E infine bisogna offrire salari competitivi”. Insomma, l’Hr deve lavorare per rendere “sempre più noti la cultura e i valori aziendali, mentre il dipartimento tech può affrontare i processi di selezione in modo puntuale – spiega Bonfiglio -. Per questo nascono sempre più Tech Hr recruiter che si occupano proprio della selezione”.

Le Pmi non sono le più svantaggiate

Contrariamente a quanto si può pensare, nel processo di digitalizzazione le Pmi non sono le più svantaggiate. “Le piccole aziende sono molto più aperte nel cercare le risorse all’esterno – racconta la Cco – Inoltre continuano a nascere molte start up e scale up, e anche in questo caso notiamo movimenti virtuosi: queste nuove realtà hanno un occhio più fresco e sono più flessibili nel farsi guidare”.
In ogni caso, se infrastrutture e competenze sono gli asset fondamentali per lo sviluppo della digitalizzazione, “c’è la sfida della Pa, in tutti i tanti settori di cui si occupa – commenta la manager – basti pensare che solo l’1% della superficie nazionale viene curata con tecnologie smart”.

Colmare il gap di competenze digitali italiane

Non si tratta però soltanto di digitalizzare l’offerta, e “non basta un sito o un team tecnico a portare l’azienda a pensare in digitale. Ma è una trasformazione un po’ generale della cultura e dei valori – spiega ancora la Cco di Codemotion aggiunge -. Per questo bisogna fare in modo che tutti i dipartimenti aziendali abbiamo un set minimo di competenze digitali con cui poter affrontare il cambiamento”. Ma un altro tema è proprio quello di digitalizzare il core business di ogni singola azienda.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Web

L’e-commerce nel largo consumo a un anno dal Big Bang del Covid

Dall’inizio della pandemia nel 2020 l’online nel Largo Consumo, fino a poco tempo fa considerata una forma di acquisto elitaria e con un parco di utenti circoscritto, in pochi giorni ha fatto un balzo a tre cifre, raccogliendo adesioni di fasce di popolazione fino ad allora insospettabili. E come ogni Big Bang che si rispetti, il fenomeno non si è esaurito una volta passato il momento di panico, ma ha continuato a espandersi. Oggi infatti l’e-commerce prosegue la sua corsa, contendendo crescenti fette di mercato ai canali fisici della Distribuzione Moderna. La pandemia ha quindi accelerato un processo inevitabile, già covato sotto traccia, ma anticipandolo di alcuni anni.

Il canale virtuale è riuscito a costruire una nuova base di acquirenti fedeli

La vera sorpresa non risiede tanto nel balzo iniziale, ma nel fatto che il canale virtuale è riuscito a trattenere con regolarità molti dei nuovi consumatori, costruendo così una nuova base di acquirenti fedeli. Secondo IRI Liquid Data, il risultato è che nell’ultimo anno l’e-commerce ha avuto un ruolo importante nella crescita delle vendite di prodotti di Largo Consumo, nonostante detenga ancora una quota limitata. Con solo il 2,3% delle vendite nel primo trimestre di quest’anno ha contribuito per l’1,2% al +6,2% sviluppato dalla domanda nel suo complesso, piazzandosi al terzo posto nella classifica dei driver di crescita delle vendite del comparto.

Cambia il paniere dei prodotti acquistati online

Lo sviluppo del canale ha portato con sé anche una radicale trasformazione nella composizione del paniere di prodotti Confezionati di Largo Consumo. La crescente adesione all’online di nuove fasce di consumatori ha arricchito il basket soprattutto di Alimentari e Bevande.

Al contrario, si ridimensiona la quota dei prodotti per la Cura e l’Igiene della Persona, che nel pre-Covid erano stati il fulcro del canale, oltre a essere la categoria merceologica “pionieristica” per la spesa virtuale di Largo Consumo in Italia. La maggiore sorpresa però è l’affermazione nell’e-commerce dei Freschi Confezionati, impensabile prima della pandemia. Nel primo trimestre del 2021 l’insieme dei reparti a cui attengono questi prodotti raccoglie 23,4 euro ogni 100 spesi nel canale, +3,2 euro rispetto a un anno fa.

Surgelati i più venduti, e cresce la formula del Click&Collect

La classifica delle categorie di prodotto è guidata dai Surgelati, seguiti da due voci degli Alimentari Freschi, di cui le macro-categorie contano 5 tipologie sulle prime 15 categorie per crescita. Dei reparti classici della spesa online entrano in classifica solo i Cibi per gli Animali, mentre spicca l’assenza al vertice di categorie per la Cura e l’Igiene Personale. Con l’inizio della pandemia cresce poi la formula Click&Collect, ovvero ordinare online e ritirare presso un punto di raccolta o il proprio negozio di fiducia. Una formula che raccoglie sempre più consensi sul mercato italiano, e che se all’inizio della pandemia era dovuta alla necessità di accorciare i tempi in una situazione di difficoltà da parte dei distributori, in seguito ha continuato a svilupparsi profilando un vero trend di lungo periodo.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Tecnologia

Zoom lancia l’opzione Immersive View

Gli incontri virtuali continueranno ad essere strumenti ampiamente utilizzati anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Le abitudini acquisite in questi mesi – compreso l’uso massiccio di strumenti digitali – fanno ormai parte di noi, del nostro quotidiano, del nostro modo di lavorare e di studiare. E le piattaforme di videochat si muovono di conseguenza, offrendo esperienze sempre più coinvolgenti e “reali”. In questo contesto si inserisce la novità appena presentata da Zoom: si tratta di Immersive View, un modo più coinvolgente e collaborativo per incontrarsi. Annunciato a Zoomtopia 2020, Immersive View consente agli host di riunire sia i partecipanti sia i relatori di video conferenze in un unico sfondo virtuale, come se tutti i presenti fossero insieme nello stesso spazio. Che sia un’aula, una sala riunioni o la location preferita, Immersive View fa sì che fino a 25 partecipanti possano essere inseriti all’interno dello scenario selezionato, grazie all’intelligenza artificiale, in maniera proporzionata sullo sfondo, così da ricreare una situazione il più vicino possibile a quella che si avrebbe nei luoghi fisici. E’ possibile cambiare la “scena” anche durante la riunione stessa. Per accedere a Immersive View non è richiesto un account a pagamento.

Chi può utilizzarlo e come?

Questa nuova opzione è disponibile per i client desktop Windows e MacOS ed è abilitata come impostazione predefinita per tutti gli account gratuiti e singoli Pro che utilizzano Zoom 5.6.3 o le versioni successive. Tra l’altro, è possibile prevedere anche riunioni con più di 25 persone: in questo caso i partecipanti aggiuntivi vengono visualizzati in una striscia di miniature nella parte superiore dello schermo. Per quanto concerne la “scenografia”, l’organizzatore della stanza deve attivare la funzione e scegliere se disporre a proprio piacimento i vari partecipanti oppure lasciare che sia la piattaforma a farlo. Zoom propone degli sfondi già ottimizzati per la nuova funzionalità anche se è possibile inserirne di propri, come la sala meeting della propria azienda.

La risposta dei competitor

Tutte le piattaforme di meeting virtuali, però, si stanno muovendo in questa direzione. Ad esempio Microsoft, che possiede e gestisce i software concorrenti Teams e Skype, ha introdotto nei mesi scorsi un’opzione molto simile, battezzata Together. Zoom d’altro canto resta una delle realtà più dinamiche del panorama digitale mondiale: nell’ultimo trimestre del 2020, ha registrato un aumento del 369% dei ricavi sulla rilevazione precedente. Per l’intero anno fiscale, il flusso di cassa operativo del gruppo ha registrato un aumento dell’869% rispetto al 2019.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Società

Nuove regole per i monopattini elettrici

Nuove regole, e più rigide, sono in arrivo per l’utilizzo di monopattini elettrici. Dal divieto di uso per i minorenni all’obbligo del casco e del giubbotto catarifrangente fino ai vincoli orari, il Parlamento si sta occupando di regolamentare l’uso di questo nuovo “mezzo di trasporto”, sempre più utilizzato nei centri cittadini. Un iter che prima o poi porterà alla riforma del Codice della strada, atteso ormai da troppo tempo. Sia alla Camera sia al Senato, ricorda laleggepertutti.it, è iniziata la discussione su due disegni di legge presentati per stabilire delle norme più chiare, ma appunto, anche più rigide, sull’uso dei monopattini elettrici, così come di monowheel, hoverboard e segway, oggi equiparati alle biciclette nella fase sperimentale introdotta dalla legge di Bilancio 2019.

Cosa prevedono i due disegni di legge

Innanzitutto, i due disegni di legge in discussione al parlamento riservano la guida dei monopattini a chi ha compiuto i 18 anni. Significa, ovviamente, che ai minorenni sarà vietato guidare questi mezzi. Poi, ci sarà l’obbligo di indossare il casco e il giubbotto catarifrangente. Ci sarà anche il divieto di circolare con monopattini elettrici (e con gli altri mezzi assimilati) dopo il tramonto. Questo significa che d’estate si potrà andare in giro di più, visto che il sole cala più tardi. E ancora: verrà confermato il limite di velocità a 20 km/h e ci sarà la possibilità di circolare solo sulle strade urbane e sulle piste ciclabili con un limite di 30 km/h. Verrà poi introdotto anche il divieto di sosta sui marciapiedi, con possibilità di rimozione forzata, riporta Adnkronos.

Non è escluso l’obbligo di una Rc auto per monopattini

Non è da escludere, e anche questa sarebbe un’importante novità, l’obbligo di copertura assicurativa, una sorta di Rc auto per i monopattini. Se all’inizio era stata scartata, forse per motivi di opportunità, cioè perché ritenuto un veicolo poco popolare, le statistiche sugli incidenti avvenuti da quando è iniziata la fase sperimentale consigliano oggi di imporre una polizza non solo a chi utilizza i mezzi in sharing, come previsto oggi, ma a chiunque esca di casa con il monopattino elettrico.

Nelle città mancano gli spazi per chi circola su due ruote

Va ricordato, infatti, che fino al mese di febbraio scorso ci sono stati 25 incidenti gravi di cui due mortali. I feriti in prognosi riservata sono stati 11, una cinquantina quelli con prognosi fino a 40 giorni. Se si considera che finora il traffico nelle città è diminuito a causa delle limitazioni legate al coronavirus, in prospettiva, quando tutte le attività verranno riaperte e la circolazione tornerà ‘a regime’ le insidie per chi viaggia su questi mezzi si moltiplicheranno inevitabilmente. Il tutto in attesa che nelle città ci siano più spazi per la mobilità con biciclette, monopattini, monowheel, hoverboard e segway, a partire dalle piste ciclabili.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Consigli per gli acquisti

Tavoli di design, come scegliere quelli migliori

Avete mai sentito parlare dei tavoli di design? Sono dei tavoli che realizzano pattern perfetti nella sala da pranzo o in altri contesti. Mettono a proprio agio tutti i commensali ed inoltre riescono a dare uno stile di arredo davvero unico ad ogni ambiente.

Rettangolari, rotondi, ovali o quadrati: si tratta di prodotti in grado di trasformare completamente un intera stanza. I tavoli di design vengono realizzati nei materiali più disparati e talvolta non vanno usati solo per il momento della condivisione delle pietanze, ma possono essere anche utilizzati come piani da lavoro o semplici angoli da arredare con stile.

Le caratteristiche di un tavolo di design

I tavoli possono essere considerati un po’ come i protagonisti di una casa, di uno studio o di un’attività commerciale. Sul tavolo infatti, si avviano conversazioni, confronti, si appoggiano oggetti e si condividono pietanze. Talvolta sono piani del lavoro, oppure dei totem confortevoli e anche spaziosi realizzati con i materiali più diversi e fantasiosi.

Si possono posizionare in sala da pranzo oppure in uno spazio per creare un pattern ideale ad una soluzione di arredo complessiva. Molto spesso, vengono posizionati al centro di una stanza.

Se si sceglie un tavolo di design, allora si troverà una soluzione che di certo sarà in grado di fare la differenza perché non solo renderà la sua funzione pratica ma inoltre, donerà allo spazio anche un effetto di stile importante.

La scelta dei tavoli da design

Scegliere un tavolo di design significa però anche non trascurare quella che è la sua funzione. Ad esempio, i tavoli da pranzo devono essere sufficientemente grandi e certamente in grado di trasformarsi.

Tra i migliori tavoli di design vi sono quelli realizzati in legno, altri in metallo o con degli inserti in vetro. Talvolta, è bene magari optare per una soluzione rotonda piuttosto che rettangolare, anche in virtù delle proprie esigenze.

L’unico limite è quello della fantasia. È bene sapere che però, che la scelta del tavolo darà un input all’arredo complessivo di una stanza.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Web

Con la pandemia è nato un nuovo media, la radiovisione

Sono più di 41 milioni gli italiani che seguono programmi radiofonici, e di questi, 27 milioni utilizzano anche dispositivi alternativi all’apparecchio tradizionale e all’autoradio. Sono numeri che dimostrano che la radio è riuscita a rigenerarsi nel tempo, ibridandosi con gli altri media e sintonizzandosi sui nuovi stili di vita. La radio, insomma, è riuscita a conservare il suo valore tradizionale adattandosi ai tempi, e oggi accompagna la vita di fasce di pubblico trasversali per età, condizione economica e status sociale. Durante il primo lockdown il 30,5% degli italiani si è informato almeno una volta al giorno sulla pandemia attraverso la programmazione radiofonica. Nella forzata reclusione casalinga poi il 30% dei radioascoltatori ha dedicato più tempo all’ascolto in casa rispetto al periodo pre-Covid.

Vince la modalità simulcast crossmediale

I dati sull’ascolto medio giornaliero nel secondo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 sono chiari: a fronte di un calo del numero di ascoltatori dall’autoradio, dovuto alle limitazioni alla mobilità, e di una tenuta dell’apparecchio tradizionale, crescono tutti gli altri device. Nell’ultimo anno gli spettatori dei canali televisivi della radio in un giorno medio sono aumentati dell’8%.  La radiovisione è una realtà in crescita, che sta vivendo un vero e proprio boom grazie alla modalità simulcast crossmediale, cioè alla possibilità di fruire dei contenuti radio contemporaneamente su qualsiasi dispositivo.  Sono circa 19 milioni gli italiani che seguono programmi radiofonici in formato video attraverso uno schermo (tv, smartphone, pc).

La visual radio non è un fuoco di paglia

La visual radio non è un fuoco di paglia, destinato a spegnersi dopo la pandemia, ma è fortemente in sintonia con le aspettative degli italiani. Il 52% dichiara che vorrebbe avere sempre di più la possibilità di fruire dei contenuti radiofonici su device diversi anche in formato video. E il 50% di chi segue la radiovisione la trova piacevole, il 27,5% coinvolgente, il 24% innovativa. Oggi quello che conta non è l’apparecchio radio in sé, ma i contenuti, di cui gli utenti vogliono poter fruire attraverso qualsiasi device, in ogni luogo, in qualsiasi momento, per intero o a spezzoni, in diretta e on demand. Il 59% degli italiani associa alla radio determinate trasmissioni che seguirebbe anche su device diversi dall’apparecchio tradizionale.

Il passaggio dal mezzo ai contenuti è compiuto

Il passaggio dal mezzo alla piattaforma di contenuti fruibili in ogni luogo e da ogni device è ormai compiuto. E la crossmedialità non si discute. L’89% degli italiani è convinto che la partita degli ascolti si vinca sul piano della qualità dei contenuti e dei programmi proposti e non su quello degli apparecchi che li veicolano. L’87% pensa che la multicanalità sia la logica evoluzione dei cambiamenti intervenuti negli stili di vita e nelle modalità di consumo della popolazione. E il 72% vuole poter seguire i contenuti radio in qualsiasi momento della giornata e in ogni luogo, a prescindere dal device utilizzato. 

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Consigli per gli acquisti

Riflessioni per l’acquisto di un nuovo condizionatore

Per scegliere bene il tuo nuovo condizionatore d’aria bisogna innanzitutto dire che questi prevedono una unità esterna e una o più unità che vanno installate all’interno. Dunque la prima cosa a cui devi pensare è quante stanze hai bisogno di rinfrescare e chiaramente la quadratura di ogni ambiente.

Se hai bisogno di rinfrescare un’unica stanza, di dimensione massima di 35 metri quadrati, va bene anche un condizionatore che sia tra gli 8000 e i 12000 BTU. Negli ambienti più grandi è bene scegliere un condizionatore di potenza che oscilli tra i 15000 i 18000 BTU.

Nel caso in cui tu abbia necessità di rinfrescare più di una stanza, in questo caso potresti pensare ad esempio ai condizionatori dual split. Questi prevedono una unità esterna e una, due, tre o addirittura quattro unità interne in base a quante stanze desideri rinfrescare.

In questo caso devi fare particolare attenzione alla potenza della tua unità esterna dato che questa dovrà alimentare tutti gli apparecchi interni che vengono fissati a parete.

Come consumare meno energia?

Sicuramente, una delle caratteristiche cui devi fare attenzione è la classe energetica del condizionatore d’aria che stai andando da acquistare.

Al momento la classe energetica A+++ è quella che garantisce migliore rendimento energetico e minori consumi. Una macchina di questo tipo ti consentirà sicuramente di risparmiare in bolletta.

Caratteristiche dei condizionatori più moderni

I condizionatori più moderni sono dotati di interessanti caratteristiche che li rendono particolarmente appetibili. Tra queste, assoluta priorità per chi desidera vivere in una casa smart, è quella di optare per un climatizzatore con WiFi (esistono diversi modelli di condizionatori Mitsubishi in proposito), i quali possono essere totalmente controllati tramite smartphone.

Ciò significa ad esempio che potrai accendere il tuo condizionatore quando stai per rientrare in casa e trovare già una temperatura ottimale nel momento in cui apri la porta.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Società

Aiuto, che spreco: il 17% del cibo mondiale finisce nella spazzatura

Lo spreco alimentare non è solo uno sfregio a quella gran parte di mondo che non ha da vivere, ma è anche un autentico attentato alla sostenibilità ambientale e climatica. A lanciare l’allarme è il nuovo Food Waste Index Report 2021 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e l’organizzazione Wrap: nel 2019 sono infatti finiti nella spazzatura  931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari prodotti ogni anno nella fase di consumo, per un peso equivalente a quello di 23 milioni di camion da 40 tonnellate a pieno carico. Di questi, il 61% è prodotto dalle famiglie, nelle nostre case. E proprio la riduzione degli sprechi alimentari è uno degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, così da dimezzarli entro il 2030. 

I numeri dello spreco a livello mondiale

Più nel dettaglio, il Rapporto evidenzia che le famiglie scartano l’11% di alimenti, mentre servizi e punti vendita al dettaglio ne sprecano rispettivamente il 5% e il 2%. A livello globale vengono gettati 121 chilogrammi di cibo a testa l’anno, con 74 chilogrammi a livello familiare, molto di più di quanto precedentemente stimato. Uno spreco che ha gravissimi impatti ambientali, sociali ed economici.

Una sfida vitale per il clima

Esistono anche strette connessioni tra clima e spreco alimentare. A livello globale, tra l’8 e il 10% delle emissioni di gas serra sono dovute al cibo non consumato. Se lo spreco alimentare rappresentasse un paese, sarebbe il terzo più grande emettitore di gas serra, dietro Cina e Stati Uniti. Riuscire a ridurre il food waste, secondo gli esperti dell’Onu, significherebbe portare a un taglio delle emissioni di gas serra, a rallentare la distruzione della natura attraverso la conversione dei terreni, all’aumento della disponibilità di cibo e quindi ridurre la fame.

Un problema globale da correggere

Contrariamente a quanto suggerito finora dagli studi, lo spreco alimentare dei consumatori non è nemmeno appannaggio dei paesi a più alto reddito. Per Clémentine O’Connor, responsabile del programma per i sistemi alimentari sostenibili presso l’Unep, “E’ il momento di agire”. Lo studio evidenzia infatti che esiste una criticità che riguarda tutti i paesi, che devono necessariamente rendersi conto della gravità della situazione. Proprio per questo, l’Unep sta istituendo gruppi di lavoro in Asia, Sud America e Africa per aiutare i governi a sviluppare strategie per misurare lo spreco e a progettare strategie di prevenzione del food waste. 

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Tecnologia

WhatsApp attiva le videochiamate anche da desktop

In un momento storico caratterizzato dal distanziamento, la possibilità di incontrarsi e vedersi almeno virtualmente è diventata vitale. Si spiega così, oltre all’indubbia utilità per chi studia in dad e per chi lavora in smartworking, il successo di piattaforme come Meet e la già consolidata Skype. Che ora, però, potrebbero avere un competitor davvero fortissimo: WhatsApp. Il colosso della messaggistica in quota al gruppo Facebook ha infatti annunciato di aver reso disponibili le chiamate vocali e video anche per l’app desktop, sia per Windows sia per Mac. Il servizio di messaggistica di proprietà di Zuckerberg aveva offerto tale opzione solo sulla sua app mobile fino alla fine dell’anno scorso, quando ha iniziato a testarla per implementarla anche sul desktop. Finita la fase di prova, l’applicazione è adesso disponibile. Al momento le videochiamate da pc sono effettuabili in modalità one-to-one, ma a breve il servizio dovrebbe essere ulteriormente esteso.

Dopo il record, la novità

“Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad un forte incremento delle chiamate su WhatsApp spesso anche per lunghe conversazioni – ha dichiarato la società in un post ufficiale – Lo scorso 31 dicembre abbiamo registrato il record del maggior numero di chiamate effettuate in un giorno con 1,4 miliardi di chiamate vocali e videochiamate. Dal momento che molte persone sono ancora lontane dai propri cari e in tanti si stanno adeguando alle nuove modalità di lavoro da remoto, vogliamo che le conversazioni su WhatsApp assomiglino il più possibile alle conversazioni di persona, a prescindere dal dispositivo utilizzato o dal luogo del pianeta in cui ci si trova”.

Tutti i vantaggi dello schermo grande

Con la possibilità di effettuare videochiamate su uno schermo più grande, ora gli utenti di WhatsApp potranno vedere e interagire con più facilità con i propri contatti. Inoltre, l’utilizzo da desktop libera le mani, così che durante la conversazione sarà possibile muoversi o svolgere altre attività contemporaneamente. Le chiamate vocali e video di WhatsApp per il desktop funzionano sia con orientamento verticale sia orizzontale: queste appaiono sul monitor come finestre autonome che gli utenti possono ridimensionare. Sono impostate per apparire sempre in primo piano rispetto ad altre applicazioni aperte.  Per ora sono disponibili sulla versione desktop dell’applicazione in modalità ‘one-to-one’, cioè tra due persone. “In futuro – spiega WhatsApp – estenderemo questa funzionalità anche alle videochiamate e chiamate vocali di gruppo”.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Categorie
Curiosità

Gli italiani dormono male, e poco

In Italia i disturbi del sonno sono in crescita, e risultano più frequenti tra gli anziani e le persone con un livello socioeconomico inferiore. Quasi un italiano su tre di notte dorme un numero insufficiente di ore, e uno su sette riporta una qualità scadente del proprio sonno. Si tratta dei risultati principali di uno studio sulla qualità del sonno degli italiani, condotto nei mesi di febbraio e marzo 2019 da BVA Doxa insieme ai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Università Bocconi e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, e pubblicato all’interno della rivista Scientific Reports.

Si dorme in media 7 ore a notte

Stando ai risultati della ricerca la media delle ore di sonno degli italiani è pari a circa 7 per notte, ma il 30% degli intervistati dichiara di dormire un numero insufficiente di ore. La percentuale di italiani che hanno valutato il proprio sonno come insoddisfacente, ovvero giudicato qualitativamente basso o molto basso, è infatti del 14%. Fra questi, le donne sono in numero più alto rispetto agli uomini, mentre per quanto riguarda la quantità di ore di sonno non si evidenzia una differenza di genere nelle risposte. Un dato è comunque certo: all’aumentare dell’età aumenta sia l’insufficienza sia l’insoddisfazione del proprio sonno.

Istruzione, fumo e redditi bassi peggiorano il sonno

È inoltre rilevabile un importante gradiente socioeconomico: un basso livello di istruzione e un basso reddito sono associati a maggiori problemi di sonno. Chi fuma, poi, più frequentemente dorme un numero insufficiente di ore, sia rispetto a chi non ha mai fumato sia rispetto a chi ha smesso di fumare. Le relazioni più interessanti si osservano però “entrando” nelle case delle famiglie italiane. Oltre all’attesa associazione tra matrimonio e sonno, confermata dal fatto che le coppie sposate dormono meglio, lo studio mostra un’inattesa relazione inversa fra chi vive con figli minori di 14 anni e i relativi problemi di sonno.

Matrimonio, figli e animali domestici: quale impatto sul riposo?

Parte della spiegazione di tale fenomeno potrebbe risiedere nell’effetto “adattamento”, che col tempo porterebbe i genitori ad adattarsi alla minore qualità e quantità di sonno, tipicamente associata all’esperienza dei primi mesi di vita del bambino. Altrettanto interessante è notare che nelle case in cui sono presenti animali domestici si dorme peggio. Questo, però, non significa che cani e gatti peggiorino necessariamente il sonno. Piuttosto, questa associazione potrebbe nascondere un rapporto di causalità inversa, secondo cui cani e gatti sono accolti più frequentemente in famiglie dove siano già presenti fattori di rischio per una peggiore qualità e quantità del sonno, come insonnia, ansia e depressione.

Condividi articolo
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin